Purtroppo, nel corso della nostra vita, capitano più o meno spesso, eventi in grado di sconvolgere totalmente la routine e gli i nostri equilibri quotidiani. E visto che non molto tempo fa, sono stata protagonista di uno di questi eventi, mi piacerebbe dedicargli un capitolo che spero di poter in futuro ampliare, discutere e condividere con voi su piattaforme dedicate ad eventi online perché trovo l’esperienza vissuta, oltre che estremamente stressante e triste (da lacrime 24 H), allo stesso tempo, molto interessante sotto molti punti di vista. Naturalmente, sarà mia premura una volta organizzato l’evento, mettervi al corrente di modalità e tempistiche di questo incontro virtuale.

Non molto tempo fa, ed esattamente Il 5 febbraio di quest’anno, ho dovuto direi addio ad uno dei miei piccoli pelosetti. Aveva solo 10 anni e purtroppo dopo mesi di inutili tentativi per risolvere un problema ‘idiopatico’ (parola – passatemi il termine – insignificante, forse troppo spesso abusato e ancora molto in voga nel campo della medicina), ho dovuto prendere la decisione più difficile. Sono stati mesi durissimi, di grandi sacrifici, sia a livello emotivo che a livello economico e che mi hanno lasciato oltre a tantissima stanchezza, sconforto e rabbia, anche davvero molto materiale su cui riflettere. 

Tornando a noi, quando si tratta di malattie (e questo vale anche per noi esseri umani), si deve sempre prestare grandissima attenzione a ciò a cui la stessa, ci mette di fronte. In che senso? Ad esempio, grande senso dell’osservazione nella scelta del veterinario e della clinica a cui ci affideremo in caso di necessità. Ai nostri batuffoli manca la parola, quindi, saremo noi padroni, a fare da filtro/canale di trasmissione tra loro e il medico curante,  perciò, osservazione e attenzione alla descrizione dei sintomi e della situazione generale che daremo al Veterinario, sono fondamentali. Come fondamentale e per nulla trascurabile, è la scelta del Vet. Purtroppo, in più di un’occasione, mi sono ritrovata a raffrontarmi con professionisti/non professionisti del settore. ‘Missionari’ che lo sono solo in onore del Dio denaro ed altri, soprattutto nelle grandi cliniche che ancora acerbi di esperienza, lontani dalla cura ideale, vanno per tentativi o imposizioni da parte della struttura per cui lavorano (e non solo). E quando questi fallisco, volutamente o meno, a pagarne le spese, sono proprio i nostri amici a quattro zampe. Un po’ come succede per noi umani. Né più, né meno.

E purtroppo, da lì al senso di colpa, il passo è brevissimo. Ma la vera colpa di chi è? Ma di questo, ne riparleremo.

Proprio poco tempo fa, mentre ero in visita dalla mia veterinaria, mi sono indirettamente trovata ‘coinvolta’ in una conversazione tra lei e una paziente, la quale dopo aver spiegato il suo caso (triste episodio inerente al suo giovane cane, deceduto a causa della malasanità veterinaria), chiedeva come avrebbe potuto comportarsi di fronte a una situazione di totale errore del personale medico della clinica a cui si era rivolta, riferendosi esplicitamente alla possibilità di denunciare quanto accaduto.

Inoltre, una cosa che ho notato persistere nel nostro paese e non in altri, è questa attitudine persistente al rispetto obbligato delle gerarchie in ogni settore lavorativo. C’è davvero poca collaborazione tra professionisti, o meglio, di collaborazione tra giovani e anziani, quello fatto di scambio di idee e partecipazione attiva, a favore invece, di sottomissione e obbedienza da parte delle cariche più anziane (che non per forza rappresentano lo scalino della perfezione nel loro settore, quello veterinario incluso). Condizione che spesso da come risultato eventi disastrosi, come quello della ragazza e del suo cane e in parte del mio. Un atteggiamento tutto italiano e che non a caso, vede il nostro paese travolto da questa copiosa e persistente fuga di cervelli verso realtà più flessibili e mature, passatemi il termine.

E tornando al senso di colpa a cui mi riferivo sopra, vorrei aprire un capitolo tutto dedicato e magari, trattarlo con gli stessi veterinari in uno dei miei futuri meeting online, per capirne modalità e ‘segreti professionali’.

Quando a luglio del 2024, il mio micio è stato per la prima volta colpito da un attacco epilettico, non nego di aver vissuto attimi di puro terrore. In tantissimi anni di convivenza con questi felines dalle sette vite, non mi era mai capitato un caso del genere. La corsa in pronto soccorso e per i successivi sei mesi, un calvario. E devo essere sincera. Se dicessi che sono stata felice del trattamento riservato al mio micio, non direi la verità. Tanti i professionisti con cui mi sono confrontata, tantissima fatica per entrare nel merito della medicina (perché spesso i medici faticano ad utilizzare termini semplici e comprensibili con i loro pazienti) e l’impressione che troppo spesso, i medici si affidino completamente ai testi universitari o si pieghino alla volontà delle case farmaceutiche e dei poteri forti, abbandonando completamente l’idea di analizzare caso per caso in maniera si professionale ma più personalizzata, metodica che rivelerebbe dettagli importantissimi per una diagnosi forse più corretta e non pilotata e inefficace.

Ed è quello che è stato fatto con il mio Capu. Un gatto ipersensibile, con un background che andava oltre agli aspetti puramente medici, legati all’epilessia di cui è stato protagonista in quei lunghi mesi, ma, e qui vengo al dunque, non solo la diagnosi iniziale mi ha coinvolto in domande del tipo: ‘Lei fa uso di droghe?’ Anche il giorno in cui ho dovuto far addormentare la mia creaturina, tecnicamente ‘perfettamente sana’, le parole della veterinaria di turno, mi hanno totalmente travolto, lasciandomi un vero senso di amaro in bocca, ma aggiungerei anche un senso di totale impotenza e di ingiustizia. 

Non bisogna essere ‘tecnici del mestiere’ per capire che i medicinali prescritti (oltre ai costi esorbitanti che le case farmaceutiche impongono al nostro paese e alla dipendenza che molti di questi provocano – spesso i trattamenti, soprattutto quelli per curare problemi neurologici, creano dipendenza. Sospendere la cura, vuol dire aspettarsi un bel 90% di reazioni avverse), stanno debilitando e peggiorando lo stato di salute del tuo gatto. 

Dopo la prima crisi e la prima degenza (a cui ne seguiranno tante altre) durata qualche giorno,  il micio è stato dimesso, ma purtroppo, i trattamenti ‘dipendenza’ avevano già fatto il loro corso, quindi sospenderli anche se gradualmente, non mi ha permesso di scegliere una strada alternativa e forse più adeguata. Dopo soli tre mesi, altro ricovero e così via fino al 5 febbraio 2025 quando, ormai totalmente ‘esaurita’ dalla situazione, nel frattempo degenerata, parlando con la veterinaria di turno di quella tragica sera, in cui mi è stata data l’opportunità di scegliere come procedere, mi è stato detto che in realtà la ‘cura’ alternativa c’era. Si trattava di un prodotto da somministrare per via rettale, ma essendo a base di oppiacei, non può essere prescritta, per i rischi che tutti conosciamo. Non vi dico, la sensazione di svuotamento che ho provato in quel momento. Ero senza parole e quell’ora di coccole prima dell’addio che mi era stata concessa, in definitiva, una bufala.

Purtroppo il mio gatto, è stato uno dei tanti esperimenti (falliti) che forse garantirà alla medicina, elementi utili al miglioramento dei trattamenti (anche se mi viene più da pensare ad un esperimento volto ad arricchire le tasche del sistema).

Vi invito dunque a valutare altre soluzioni e altri professionisti, qualora vi fossero prescritti medicinali tra cui Gabapentin, Phenoleptil e Vetmedin (che a conferma di quanto detto, in farmacia al ritiro di questo medicinale, mi era stato richiesto il numero di telefono: ‘Per chiederle che effetti ha avuto il medicinale al termine del trattamento’). Effetto che sappiamo tutti quali risultati ha dato.

Ora, capisco che negli ultimi trent’anni, l’uso e la diffusione massiccia di droghe, abbia comportato l’applicazione di restrizioni come quelle che vengono imposte di routine nei pronti soccorsi veterinari (ma immagino anche in quelli umani), e che impongono domande sull’uso di droghe o test ematici che ne attestino l’uso, ma credo dopo attenta riflessione che tutta questa ‘fobia collettiva’ (seppur seguita da dati certi), debba essere in qualche modo ridimensionata e ragionata caso per caso. 

Infatti, persone come me, dedite alle cose semplici, agli animali e allo sport (LA VERA DROGA!), domande del genere fanno sorridere ma allo stesso tempo, fanno pensare anche al fatto che chi fa veramente uso di droghe non lo dirà certo a cuor leggero al veterinario che ha posto la domanda, mi pare ovvio.

Pur (non) capendo le limitazioni imposte dal sistema sanitario ai veterinari in fatto di utilizzo di determinate farmaci, è scoraggiante sapere che esistono cure salvavita e risolutive che non vengono prescritte per mantenerci malati o abbandonati ad un inevitabile destino.

Ciao Capu ❤️

Capitolo aggiornato il 5 febbraio 2026

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